Oggi è il 22 febbraio 2026 e ilFestival di Sanremo è ormai alle porte. Se siete tra coloro che amano le luci dell’Ariston, esiste un film che cattura l’essenza magica e tragica della musica italiana e internazionale: “Dalida” .
Datato 2017 e diretto dalla regista Lisa Azuelos, questo biopic non è una semplice biografia. È un’esperienza sensoriale che scava nell’anima di Iolanda Cristina Gigliotti. Tutti la conosciamo come Dalida, l’icona che ha venduto oltre 170 milioni di dischi nel mondo. Ma chi era davvero la donna dietro le paillettes? Il film ci trasporta dai vicoli del Cairo, dove Iolanda sogna il cinema, fino alla scintillante Parigi degli anni ’50. Qui incontra Lucien Morisse, il potente direttore di Europe 1. Tra i due nasce un amore complesso. Vediamo la trasformazione di una ragazza timida in una star globale sotto l’ala della Barclay Records di Eddie Barclay.
Il cast è pazzesco. Sveva Alviti è meravigliosa, ma non si possono certo dimenticare un affascinante Riccardo Scamarcio che veste i panni di Orlando, il fratello e manager devoto, e Alessandro Borghi, che presta il volto a Luigi Tenco. La narrazione tocca momenti storici come il debutto all’Olympia di Parigi. Ma il vero fulcro emotivo per noi italiani è quel maledetto 1967. Il film ricostruisce i giorni del Festival di Sanremo con una precisione dolorosa. La performance di “Ciao amore, ciao” fa venire le lacrime agli occhi.

Oltre la musica di Sanremo: Dalida, il ritratto di una donna che cercava solo l’amore
Perché questo film scatena una tempesta travolgente di emozioni? Perché non parla solo di canzoni, ma della solitudine di chi apparentemente è amato da tutti. “Dalida” ci mostra una donna divisa a metà. Da un lato c’è l’artista solare, dall’altro c’è Iolanda, una donna ferita che colleziona amori infelici e lutti impossibili da elaborare. Il legame con Luigi Tenco rappresenta un punto di non ritorno nella sua esistenza. Il suicidio del cantautore ligure durante il Festival diventa nel film un trauma indelebile. Vediamo una Dalida fragile, che cerca rifugio tra le braccia di uomini come l’attore Jean Sobieski o il misterioso Richard Chanfray. Ogni relazione è un tentativo di riempire un vuoto che sembra incolmabile.
La forza di questa pellicola risiede anche nella scelta registica di utilizzare le registrazioni originali della voce di Dalida. Il film affronta con delicatezza e coraggio il tema della depressione. Non cerca di santificare l’artista, ma di umanizzarla. Vediamo i suoi tentativi di rinascita, i suoi viaggi in India e la sua continua ricerca di spiritualità. Eppure, il senso di inadeguatezza la insegue anche quando il mondo intero la acclama. Guardare “Dalida” oggi significa riscoprire un repertorio immenso. Canzoni come “Paroles, paroles” o “Je suis malade” assumono un significato nuovo. Se amate Sanremo per la sua capacità di unire musica e vita vera, dovete assolutamente vedere questo film. Vi farà piangere, cantare e riflettere sulla crudeltà del successo.
